[Ritorna INSIDE ITALY, il racconto dei miei viaggi attraverso l’Italia che incontro presentando un libro, ora: Prima dell’apocalisse. I codici della speranza].
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Il padre si aggiusta la sciarpa, lo guarda dritto negli occhi e risponde con dolcezza, dicendo: «Non è da dove vieni che ti fa guadagnare la vita, ma verso dove ti dirigi».
All’inizio del mio racconto, Compagno incrocia padre Ignacio in un luogo sconosciuto, dopo essersi risvegliato da un incubo notturno ed essersi reso conto di non essere più nel suo letto. Quell’incontro li porterà ad attraversare insieme l’Oltre, alla ricerca di risposte alle piccole e grandi questioni che tormentano Compagno. Ad un certo punto, quando gli interrogativi di Compagno sulle nostre origini si fanno troppo insistenti, padre Ignacio risponde in quel modo al giovane.
Se dovessi ora uscire dal racconto e chiedermi se condivido quell’affermazione di Ignacio, anche se quella battuta l’ho messa per iscritto io, mi troverei in difficoltà. È certamente vero che la direzione che prendi nella tua vita te la fa guadagnare oppure perdere, ma le tue origini, da dove vieni, ti rendono sovente quello che sei, capace di affrontare i venti contrari senza diventare meschino, oppure meschino prigioniero dei venti dominanti. Nacqui sul lago di Garda molto anni fa, e credo di essere quello che sono, di pensare quello che penso grazie anche a quel luogo. Non sarei stato capace di scrivere questo libro – dove rottura dell’alleanza uomo-natura, avidità del possesso e rimessa in discussione dei valori della convivenza sono al centro della storia – se non avessi conosciuto la bellezza del lago, dei suoi borghi e delle sue montagne, né l’avidità speculativa di costruttori e amministratori, né la prossimità umana in quelle piccole comunità, dove il lavoro e gli affetti forgiavano il corpo e lo spirito dei nostri nonni.
Per questo ho dedicato un intero capitolo del libro a Malcesine, ai pescatori e ai pesci che scompaiono, al dio Turismo e alla poca lungimiranza di chi vuole trarre profitto svendendo il territorio e le sue risorse naturali. E per questo ho tenuto a presentarlo a Malcesine, lo scorso 5 gennaio, dove nella splendida cornice del Palazzo dei Capitani, eretto dagli Scaligeri e abbellito dai Veneziani, mi ha accompagnato il sindaco, Giuseppe Benamati, il segretario dell’associazione Dirlindana, Roberto Rizzotti, e Itziar, che di spettri di guerra e diritti calpestati sa molto, visto che se ne occupa dal Parlamento europeo.
Mentre prepariamo la serata, Manuela Barzoi, assessore alla Cultura, mi chiede di cosa parlerò, e io aggiungo che vorrei innazitutto che dicessimo perché organizziamo questo evento.
«Beh, perché ci hai stressato» fa lei ridendo. Ebbene sì, ci tenevo e ho fatto il necessario per mettere insieme quelle persone e portare il libro tra il pubblico locale, una trentina le presenze. L’ho fatto perché dovevo rendere grazie ai vecchi pescatori che hanno ispirato la mia storia, e anche perché volevo portare un messaggio.
Il lago di Garda assume un valore simbolico nel mio racconto.
Sul lago, si incontrano il vecchio pescatore Pio e il rifugiato siriano Jamàl, che anche se si è rifatto una vita come cuoco, ritrova la sua passione di quando era studente di biologia in Siria – la passione per i pesci – e scopre che come si estinguono nei fiumi siriani, un tempo ricchi di ittiofauna endemica, così scompaiono sul Garda, come sta succedendo all’àgola, l’alborella, il pesciolino che stava alla base della catena trofica del più grande lago italiano. Oriente e Occidente si incontrano, violenza tra gli umani, a cui sfuggì Jamàl imbarcandosi per l’Europa, e violenza dell’uomo sulla natura si incontrano.
«Jamàl, perché ci hai detto poco fa che sei qui per ammonire?».
«Vedi, tutto nasce dall’acqua, la vita nasce dall’acqua, e come le piogge meteoriche o i ghiacci al disgelo, scende, scende; il suo destino è scendere e assumere uno stato liquido che riempie gli spazi vuoti. L’acqua è un poco come la memoria del corso della vita: corre, passa, ma è sempre presente perché è una massa unica. E qui arriva, e nel suo viaggio continuo è pur sempre qui, in questo grande e profondo specchio d’acqua, dove microrganismi, alghe, pesci, canne palustri e uccelli, donne e uomini restano imprigionati, costretti a vivere insieme, impossibilitati a fuggire alla ricerca di pianeti o sponde altre».
«E quella sponda là in fondo?».
«La sponda che vedi oltre, all’orizzonte, non è una terra, ma il luogo del nulla, dell’estinzione di tutto, della vita e di tutte le sue forme, della biosfera. E mi è stato affidato l’incarico di persuadere chi passa di qui di non attraversare il margine, di non farsi sopraffare dalla cupidigia, perché la cupidigia non tiene conto dei limiti a cui tutti noi esseri animati, piccoli e grandi, dotati di intelligenza o animati dall’istinto, siamo sottoposti. E porta solo distruzione. E la distruzione è bruttezza, orripilanza, raccapriccio. La distruzione è il trionfo del disordine sulla meraviglia dell’equilibrio».
Così dialogheranno Compagno e Jamàl, quando si incontreranno nell’Oltre, dove il lago di Garda non sarà più che una metafora. E anch’io ho voluto trasmettere un monito al Palazzo dei Capitani, facendo esprimere il vecchio pescatore Pio contro chi ha dieci e vuole cento:
«Se ghè qualchedŏ là de sōra che l’a fat el lac, làssilo star. Làssilo star come el padreterno el l’a fat!» griderà il Pio nella mia storia con tono invocatorio, alzandosi dalla sedia, mentre Jamàl lo guarda attonito.
Forse, quel personaggio del Pio in realtà sono io, che nato in questo posto, soffre ogni volta che vede il cemento moltiplicarsi sulle sue rive mentre le sue acque si impoveriscono; ma non potevo fare altrimenti, perché è la questione del limite che va affrontata: il “limite” non come ostacolo al progresso, ma come opportunità di ritrovare se stessi e tutelare la storia, l’identità e le risorse delle nostre comunità.
Prima che tutte le spiagge siano cementificate (a proposito, senza spiagge, alborelle e cavedani non fregano), prima che la ‘ndrangheta, oltre ad essersi presa molte località del basso Garda si prenda anche il resto, prima che i costruttori altoatesini svendano tutte le pendici della Riviera degli Olivi a ricchi bavaresi e russi, prima che a olivi, terrazzamenti e mulattiere si sostituiscano piste d’asfalto, stupide piante esotiche e pesanti cancelli di ferro.
E prima che anche Malcesine non sia più Malcesine. Presentare il libro può diventare un’opportunità per fermarsi – così si augurano Manuela e Giuseppe – fare il punto della situazione, prendere consapevolezza di cosa accade attorno a noi e iniziare a parlarne.
Qualcuno dirà che il turismo ha prodotto ricchezza, e mi troverà d’accordo, ma l’avidità è un’altra cosa. Distruggere è un procedimento veloce, ricostruire o riparare invece è un procedimento lento, lentissimo. Qualcuno dirà che il benessere si misura in prodotto interno lordo, numero di presenze turistiche e vitalità del mercato immobiliare, e mi troverà d’accordo, a condizione che, accanto a quegli indicatori, ve ne siano altri: numero di àgole e bisce d’acqua tornate a ripopolare le acque del lago, numero di nibbi tornati a solcare i cieli del lago, numero di spiagge, mulattiere e terrazzamenti recuperati, numero di attività artigianali tradizionali riprese (in molti borghi non c’è più un calzolaio, né un panettiere, né un pescivendolo), numero di spazi socio-culturali riaperti.
La serata si concluderà parlando della lettera d’amore che Compagno scrive alla sua amata di ritorno dal suo viaggio nell’Oltre. Una lettera che scriverà perché sentirà di non poter più vivere il loro amore come un affaire à deux, dopo quel viaggio nell’Oltre. Compagno propone alla sua amata di regalare un poco del loro amore in giro, tra chi ha disperato bisogno di speranza. A questo proposito, un amico che vive dietro il Baldo, la catena montuosa del Garda per eccellenza, mi scriverà poche settimane prima dell’incontro al Palazzo dei Capitani:
«La lettera finale mi ha colpito. Forse qualcun altro poteva concludere il romanzo con una specie di paternale moralistica, che sarebbe stata quanto mai inopportuna. Piuttosto di un discorso “dall’alto in basso”, hai preferito una relazione “alla pari”, una dichiarazione d’amore, dove la sostanza del dire è il dono di sé… Dove chi scrive ha voluto prendere come “sposa” l’umanità stessa, donando tutto quello che aveva raccontato fino ad ora, e in certo modo donando se stesso… Il dono di sé che non pretende di essere corrisposto, dicendo: non voglio convincerti, ma ti dono quello che ho…».
Ora capite perché non riesco a dimenticare di dove sono nato?
Gianluca Solera